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INTERVENTO SU LA REPUBBLICA DEL PRESIDENTE FEDERARCHITETTI SULLO STATO DELL’EDILIZIA

“L’EDILIZIA IN ITALIA PUO’ TORNARE AD ESSERE IL MOTORE DELLO SVILUPPO SE SI PUNTA NUOVAMENTE SUI PIANI URBANISTICI E SUI PROGETTI.

Presidente ci può illustrare la situazione economica del settore tecnico professionale?

La congiuntura economica negativa di questo periodo a livello globale e nazionale si riverbera in modo amplificato anche sulle realtà economiche periferiche ed in particolar modo sul tessuto economico delle realtà meridionali essendo queste per anni vissute prettamente sull’assistenzialismo.

Le attività professionali non sono immuni dal fenomeno e stanno attraversando una crisi endemica che si acuisce in alcuni ambiti professionali tra cui rientrano quelle tecniche.

La bolla speculativa sull’immobiliare partita dagli Stati Uniti nel 2008 è arrivata immediatamente nelle nostre latitudini trascinando nel baratro un settore economico che, per grandezza dell’indotto, è uno dei motori trainanti dell’economia italiana. I problemi di pareggio dei bilanci statali ha aggravato la situazione poiché sono state ridotte ed eliminate le poche risorse sugli investimenti per garantire i servizi primari, mentre il patto di stabilità interna non consente il pagamento dei crediti vantati dai tecnici e dalle imprese nei confronti delle pubbliche amministrazioni, che da stime delle associazioni di categoria ammontavano qualche anno fa a circa 90 miliardi di euro. Ciò ha comportato ulteriore indebitamento del settore ed la chiusura di molti studi professionali.

Alla contrazione economica del settore ha fatto da contraltare l’afflusso delle giovani leve al mondo professionale sia per carenza di poli attrattivi di lavoro diversi dall’autoimpiego e sia per utilizzare il tempo disponibile (altrimenti inoccupati o disoccupati)per una formazione che amplifichi le prospettive di lavoro meglio retribuito. Ovviamente, riducendosi il mercato del lavoro ed aumentando l’offerta crollano i prezzi delle prestazioni professionali con conseguenze sulla qualità dell’opera che si ripercuote anche sull’immagine di affidabilità professionale. In buona sostanza è come il cane che si morde la coda dove ad un’azione che va verso il basso si associa un’altra di pari valore che fa precipitare ulteriormente giù in un vortice che non ha fine.

Per effetto anche dell’aumento della popolazione professionale rispetto al 2007 (+ 21,5 %), il reddito medio degli architetti ed ingegneri si ridotto in misura molto più ampia toccando nel periodo in esame il – 36 % facendo tornare indietro le due categorie di oltre trent’anni, quando però gli iscritti erano circa 40.000, ovvero quattro volte in meno di quelli attuali.

La prospettiva in questo momento non è rosea. Da una parte vi è una riduzione del mercato dei lavori pubblici – crollata del 50 % rispetto al 2007 – e quello che rimane è svolto dagli uffici tecnici comunali (che occupano uno spazio improprio poiché si trovano ad essere nello stesso tempo controllati e controllori) oppure, quando commesso ai liberi professionisti  non è pagato adeguatamente visto gli oneri derivanti dal rispetto del patto di stabilità interno delle pubbliche amministrazioni. Dall’altra i privati, nell’incertezza del momento, tendono a non investire ne in nuove costruzioni e nemmeno nelle ristrutturazioni deprimendo ulteriormente il mercato immobiliare che dal 2007 ha perso circa il 26 % degli investimenti nel settore residenziale e circa il 35 % in quello non residenziale.

 

Come può risollevarsi l’edilizia?

Dal secondo dopoguerra in Italia, dalla fine degli anni ’60, l’ urbanesimo ha creato ed alimentato il fenomeno della speculazione edilizia.   In quegli anni di boom economico, il miglioramento delle condizioni di vita si è ripercossa anche nel settore immobiliare con richieste di mercato in linea con la produzione che si realizzava nel periodo. L’attrattività delle città piccole, medie e grandi in quegli anni ha di fatto spopolato le campagne ed i centri minori depauperando il territorio sempre più abbandonato a se stesso. Oggi assistiamo impotenti ad un nuovo e grave fenomeno: lo spopolamento delle città piccole e medie a favore delle aree metropolitane e verso i Paesi anglo-sassoni con ulteriore impoverimento delle aree soprattutto della fascia appenninica e del sud.  In Italia è del tutto assente una politica per risollevare economicamente i “centri minori” i quali non sono riusciti a cogliere né l’industrializzazione degli anni ’70 né oggi possono attrarre le aziende che si occupano dei “servizi” in quanto carenti delle infrastrutture necessarie per competere sul mercato. In queste aree gli unici investimenti sono quelli dei fondi strutturali europei che però sono indirizzati maggiormente allo sviluppo delle aree rurali e, quindi, al settore agricolo.  Il mercato delle costruzioni, invece, dipende dalle politiche di sviluppo economico dei territori il cui strumento di riferimento è dato della pianificazione urbanistica. In Italia c’è poca programmazione e pochi sono i comuni che hanno piani urbanistici ancora efficaci ed in linea con le nuove politiche di sviluppo locale che il mercato richiede. La mancata pianificazione dei territori dipende da una obsoleta visione culturale della classe dirigente che associa i piani urbanistici alla cementificazione e non alla rigenerazione di quanto costruito. Si intravedono spiragli innovativi in quei comuni che stanno sperimentando nuove forme di pianificazione incentrata sulla tutela del territorio inteso come paesaggio da salvaguardare per le future generazioni dove si tiene conto non solo della parte urbana ma soprattutto della vocazione agricola del suolo, con un lavoro di studio e analisi, che determina una zonazione agricola pertinente con le caratteristiche locali e con le coltivazioni di pregio presenti.

Sui centri urbani, invece, vanno effettuati interventi di recupero che consentono di riqualificare gli edifici e gli spazi esistenti ai nuovi parametri abitativi oggi richiesti. Le norme ci sono per agire anche con interventi pubblici. Si pensi alla legge n. 457 del 1978 che però non è stata più rifinanziata.

 

Ci sono segmenti di mercato con segnali positivi?

Fortunatamente non tutti i settori del mercato delle costruzioni risentono della crisi. Dove vi sono ancora politiche di sostegno allo sviluppo c’è crescita delle aziende, delle imprese e del mondo professionale. Gli incentivi derivanti dal Protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni di CO2 in atmosfera sta producendo effetti positivi nel sottore delle tecnologie rinnovabili.

Al Sud un sostegno all’economia è rappresentato dai Fondi Strutturali Europei 2014 – 2020. Nella sola Regione Campania la dote dei fondi per il periodo ammonta a circa 17 miliardi di euro a cui vano aggiunti le somme dei privati. Siamo alla fase iniziale del settennio e questi fondi rappresentano l’unica possibilità di ammodernamento dei nostri territori;  vanno spesi bene perché  inneschino “reale” sviluppo economico.

 

Quali possono essere le ricette sul territorio per uscire dalla crisi?

In un’economia globalizzata il locale sembra destinato a subire le azioni dei poteri forti. Ciò non significa che si è impotenti e che nulla possa essere fatto. In questa nuova economia bisogna puntare sul concetto di “locale/globale” ovvero sull’identità locale. L’Italia è ricca di storia, cultura, architettura, urbanistica: possiede il più ampio patrimonio culturale a livello mondiale con oltre 3.400 musei, circa 2.100 aree e parchi archeologici e 45 siti Unesco che, insieme ad altri elementi identitari della cultura locale,  possono innescare un circolo economico virtuoso. Per attraversare questo difficile momento storico vi è però la necessità di mettere insieme i vari stakeholder  del settore per lavorare su obiettivi di sviluppo comuni e condivisi. E’ urgenrte, a nostro avviso, la costituzione di tavoli istituzionali di partenariato cui siedono tutti i soggetti economici e sociali che possono dare un contributo fattivo alla crescita e allo sviluppo dei nostri territori. E noi di Federarchitetti siamo pronti a fare la nostra parte.”



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